Mentre a Milano, capitale indiscussa del “Norde” e capitale morale d’Italia dai tempi del boom economico e del Pirellone, imperversa un cartello promozionale di una birra, che sa di versione 4.0 del torinesissimo “non si affitta ai meridionali”, pubblicizzato da un sito molto raffinato di cui è bene non fare pubblicità, recitando un originalissimo e oxfordiano “Va giù come i terroni ad agosto”, punterei i riflettori su un film che fa riflettere, ma che pochissimi conoscono, e che parla di contrasto tra Nord e Sud, o meglio, tra Sud del Nord vero, ossia la Svizzera, e Sud vero, cioè il nostro.
Perché è chiaro che Cosenza sia già a Nord. E persino io capisco che parlino molto diversamente, con parole e termini tendenti al Pollino, come è giusto che sia, ed enclavi come Civita, dove invece impera l’albanese. Questioni linguistiche e commistioni culturali a parte, oggi inauguro “Sabato Cinema” con un titolo più originale rispetto a quello che ho scelto per la queste righe che state leggendo: “Corpo celeste”.
No, non ti sto dando del voi. “Corpo celeste” segna l’esordio cinematografico di Alice Rohrwacher, degno di numerosi riconoscimenti, dal David di Donatello al Ciak d’Oro, dal Premio Suso Cecchi D’Amico al Nastro d’Argento, naturalmente rimasto nelle sale italiane quel tanto che basta a una crisalide di realizzare di essere un insetto che, forse, volerà.
Nel film, il vero contrasto tra Nord e Sud è evidente, visto con gli occhi di una ragazza di 13 anni, che scende dalla Svizzera e torna a Reggio Calabria, senza riconoscerla più, senza essere riconosciuta. Somiglia più a una Reggio di inizio anno ’90, che alla Reggio di Scopelliti, del periodo in cui la troupe fece il suo lavoro dalle nostre parti e sulla ionica. Tuttavia, conta il messaggio.
Marta, questo è il nome della protagonista, mancava da Reggio dall’età di 3 anni, e al ritorno trova un luogo sconosciuto, lontano anni luce dal pragmatismo elvetico, sporcato dalle peggiori contaminazioni, persino in chiesa, dove il pop più scarso si insinua nella musica sacra, come il malaffare si insinua nella Cultura e nelle scelte delle giunte comunali, finché le giunte durano.
In questa metafora, neanche troppo metaforica, del funzionamento dell’Italia intera, prima ancora che della nostra città, l’unico rifugio, o l’unica via d’uscita, è rappresentata dalla meditazione, mediata però dalla cultura cattolica. Marta stringe un legame intellettuale con Don Lorenzo, un prete incompreso, spesso scambiato per visionario, confinato ad Africo Vecchio, tra le rovine di quello che Africo è stata, e il senso di quello che l’Italia sta diventando, irreversibilmente.
Lì, nella pace di un luogo ormai abbandonato, Marta trova il senso della sua esistenza e la risposta alle sue inquietudini, al suo essere fuori posto, in una civiltà corrotta e presentata in modo tutt’altro che moralistico, lontano dai toni tipici degli anni Sessanta e da ogni forma di esistenzialismo alla Sartre, o di nichilismo.
Nel film, domina una fotografia eccellente, firmata da Hélène Louvart, e una scelta di regia lontana dai luoghi comuni, forse ispirata da un capolavoro come “Il vento fa il suo giro”, un altro film che affronta il tema dell’identità e delle radici, uscito Tre anni prima e durato 2 giorni in più, nelle sale italiane. Il riferimento ad Anna Maria Ortese, scrittrice ormai dimenticata dai tempi del suo esilio a Rapallo, è solo nel titolo. In ogni caso, visto che si parla di una delle scrittrici italiane più innovative del Novecento, una lettura al libro omonimo la si può pur sempre dare.
Enzo Bollani | City Now Lugano, 4 agosto 2018
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