“Dire e non dire”: i 10 comandamenti della ‘Ndrangheta secondo Gratteri e Nicaso
22 Maggio 2016 - 14:29 | di Eva Curatola

di Eva Curatola – 2013. Un altro lavoro a quattro mani. Un altro libro ben riuscito. Cosi come “Fratelli di Sangue” pubblicato nel 2009, anche “Dire e non dire” viene scritto da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, entrambi specialisti nel settore del crimine organizzato; il primo, magistrato, con un’esperienza maturata nell’ambito dell’antagonismo al crimine organizzato, il secondo, giornalista, con una formazione specialistica in antropologia e sociologia criminale.
“1. La ‘ndrangheta è una e una sola;
2. Chi tradisce brucerà come un santino;
3. Non si sgarra né si scampana;
4. La famiglia è sacra e inviolabile;
5. Cumandari è megghiu chi futt***;
6. A tavola tutto si divide e tutto si discute;
7. Senza soldi non si cantano messe;
8. Cu campa campa, cu mori mori;
9. Tutto passa, anche il carcere;
10. È sempre stato così e sarà così per sempre.”
Sarebbero questi secondo i due autori i 10 comandamenti della ‘Ndrangheta.
Parlano, durante le intercettazioni, gli uomini della ‘ndrangheta, non sapendo di essere registrati, e sottintendendo un preciso codice di comportamento, anche oggi che la vecchia ‘ndrangheta dei capibastone è diventata una multinazionale del crimine con ramificazioni in tutto il mondo, insospettabili contiguità con la politica e l’imprenditoria, un giro di affari miliardario.
Sulla base di una vasta mole di fonti documentarie – intercettazioni, «pizzini», verbali di atti giudiziari, sentenze (dal 1860 a oggi) – Nicola Gratteri e Antonio Nicaso raccontano in queste pagine l’universo criminale della mafia calabrese in modo assolutamente inedito, dal suo interno, a partire dalle conversazioni, dai racconti e dalle riflessioni di chi alla ‘ndrangheta ha scelto di appartenere.
Al contrario di “Fratelli di sangue“, in cui i due autori si sono soffermati sulla nascita, la crescita e la storia in generale di questa “holding“, in “Dire e non dire” Gratteri e Nicaso si sono soffermati invece sulle formule, sui comandamenti, sui proverbi e le forme idiomatiche, perché il linguaggio è da sempre un buon punto di partenza per capire l’uomo e i suoi comportamenti, i suoi ragionamenti, come ad esempio la convinzione dei capibastone di vivere in un mondo pieno di rischi e di insidie dove solo loro possono portare ordine e pace sociale.
Secondo i due autori, inoltre, il linguaggio della ‘ndrangheta è ricco di scaramanzie, di superstizioni, di allusioni, di finta umiltà, è un linguaggio povero, semplice, ma efficace e metaforico.
Con il passare del tempo i libri di Gratteri e Nicaso sono diventati quasi come una guida, venendo addirittura citati durante i processi dagli stessi accusati. Perchè nessuno come loro si era mai spinto cosi oltre. Probabilmente è merito anche delle nuove tecnologie che permettono di scavare sempre più a fondo. Ma non bisogna dimenticare che quelli toccati dal magistrato e dal giornalista, ormai conosciuti in tutta la penisola, sono temi scottanti, di cui nessuno si vorrebbe occupare.
A quasi una settimana dal suo insediamento a Catanzaro è cosi che ci piace ricordare l’ex magistrato di Reggio Calabria, con un’opera “minore“, forse meno conosciuta rispetto ad altre, ma non minore nell’importanza.
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