‘Ndrangheta, 12 arresti a Melicucco. Borrelli: ‘Mafia ancora presente e radicata’
Marino: "Nessuna denuncia sui fatti contestati, tutto ricostruito attraverso l'attività investigativa"
01 Ottobre 2026 - 14:33 | di Redazione

Dodici misure cautelari, un’indagine partita nel 2022 e la ricostruzione degli attuali assetti della locale di ‘ndrangheta di Melicucco. È il quadro dell’operazione eseguita questa mattina dai Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, riguarda 12 persone: sette sono state condotte in carcere e cinque poste agli arresti domiciliari, ritenuti presunti affiliati alla cosca Costa-Filippone di Melicucco. Tra gli arrestati ai domiciliari figura anche un assessore comunale Gabriele Bruzzese.
Le investigazioni, avviate dal Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro nel maggio del 2022, hanno consentito agli inquirenti di ricostruire, secondo l’impostazione accusatoria, la storia e l’evoluzione della locale di ‘ndrangheta di Melicucco, fino ad arrivare agli assetti più recenti.
Borrelli: “Dimostrare l’attualità dei fenomeni mafiosi”
A margine della conferenza stampa, il procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli ha sottolineato il significato attribuito all’operazione.
“Abbiamo ricostruito una pluralità di estorsioni e dalle indagini è emerso un condizionamento degli organi comunali realizzato dalla cosca.Sono molto soddisfatto di questa operazione perché costituisce in qualche maniera un esempio di quello che la Procura vuole ripromettersi nel corso dei prossimi anni e in particolare sotto la mia direzione”, ha spiegato Borrelli.
Per il procuratore, uno degli obiettivi è “dimostrare l’attualità della permanenza dei fenomeni criminali mafiosi sul territorio calabrese”, concentrando l’attenzione sia sulle nuove forme assunte dalle organizzazioni sia sui metodi tradizionali utilizzati per esercitare il controllo.
Borrelli ha indicato in particolare quelle “dinamiche tradizionali al controllo del territorio che si fondano appunto sull’assoggettamento, sulla violenza e sull’intimidazione”.
Un passaggio che fotografa uno degli aspetti centrali dell’inchiesta: secondo la ricostruzione della Dda, accanto all’evoluzione delle organizzazioni criminali continuerebbero infatti a sopravvivere modalità di pressione consolidate, basate sulla forza intimidatrice derivante dalla presenza mafiosa sul territorio.
Nessuna denuncia: indagine costruita con intercettazioni e pedinamenti
Tra gli elementi evidenziati dai Carabinieri durante la conferenza stampa c’è anche l’assenza di denunce relative agli episodi oggi contestati.
“Non abbiamo registrato una denuncia di tutti i fatti contestati, tutti sono stati ricostruiti da una tecnica intercettiva, pedinamento e osservazione svolta dal nucleo investigativo del Gruppo dei Carabinieri di Gioia Tauro”, è stato spiegato nel corso dell’incontro con i giornalisti da Giovan Battista Marino, del nucleo operativo Carabinieri RC.
Un dato ritenuto significativo dagli investigatori, soprattutto in relazione al clima che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stato determinato dalla capacità intimidatoria della criminalità organizzata.
“Questo è un dato che ci fa riflettere – ha sottolineato Marino – però speriamo che anche questo tipo di attività possa far fidare la popolazione delle istituzioni, della Procura della Repubblica, dell’Arma dei Carabinieri e di tutte le forze di polizia e che in futuro si possa avere una maggiore collaborazione su questi fatti”.
L’indagine, dunque, non sarebbe partita dalle segnalazioni delle presunte vittime, ma dal lavoro investigativo dei Carabinieri attraverso intercettazioni, osservazioni e pedinamenti. Un elemento che gli stessi militari considerano motivo di riflessione e, allo stesso tempo, un punto dal quale provare a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
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