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Violenza choc a Roma, Giusy Princi: ‘Non è più solo cronaca nera, abbiamo fallito noi adulti’

L'europarlamentare interviene sulle aggressioni commesse da due minorenni, tra le persone aggredite c'è anche un attore ricoverato in gravi condizioni

disordini roma

Due adolescenti di 16 e 17 anni che aggrediscono persone sconosciute per strada, apparentemente senza alcun motivo se non quello di divertirsi. Tra le vittime anche l’attore Davide Iacopini, ricoverato in gravi condizioni dopo essere stato colpito a Roma. Una vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica e riaperto il dibattito sulla violenza minorile, sul disagio delle nuove generazioni e sulle responsabilità educative degli adulti.

Sui fatti avvenuti nella Capitale interviene anche Giusy Princi, europarlamentare calabrese, che affida ai social una lunga e profonda riflessione. Un’analisi che parte dall’episodio di cronaca per affrontare un problema più ampio: il progressivo indebolimento dei riferimenti educativi, la solitudine degli adolescenti e il rapporto sempre più complesso tra giovani e mondo digitale.

Le aggressioni a Roma e lo sgomento di Giusy Princi

I fatti risalgono al 4 e 5 ottobre, quando due minorenni, a bordo di una minicar, avrebbero aggredito sei persone tra Monteverde e Testaccio. I ragazzi, identificati dagli investigatori, hanno ammesso il proprio coinvolgimento. Nei loro confronti si procede per tentato omicidio e lesioni, mentre gli atti sono stati trasmessi alla Procura minorile. Secondo quanto emerso dagli interrogatori, i due avrebbero giustificato le aggressioni parlando di divertimento e noia.

È proprio quest’ultimo aspetto a colpire particolarmente l’europarlamentare.

“Due minorenni a Roma, identificati, hanno ammesso di aver aggredito più persone a caso. Tra loro un attore, in fin di vita. Movente? Noia. Questa frase mi ha lasciato sgomento e inquietudine”.

Per Princi, quanto accaduto non può essere considerato soltanto un episodio di violenza da condannare. È il segnale di un disagio che attraversa una parte del mondo giovanile e che richiede risposte ben più profonde della sola repressione.

“Non è più solo cronaca nera. È un allarme sociale che non possiamo ignorare. Dove stiamo andando se a 15, 16 anni la risposta alla noia è distruggere l’altro? Se la violenza diventa un passatempo, un contenuto da raccontare, un modo per sentirsi vivi?”.

“Un vuoto educativo che fa rumore”: famiglie, scuola e ragazzi sempre più soli

L’analisi di Giusy Princi si concentra soprattutto sulle cause culturali, sociali ed educative che possono contribuire a comportamenti tanto gravi. Una riflessione che chiama direttamente in causa il mondo degli adulti.

“Ci siamo chiesti mille volte cosa non funziona. Nei miei tanti perché, vedo inesorabilmente un vuoto educativo che fa rumore. Famiglie stanche, sole, a volte assenti. Scuola che resiste, ma lasciata sola. Ragazzi iper-connessi e ipo-relazionati. Sanno tutto del mondo, ma non sanno stare nel mondo”.

Parole che mettono al centro una contraddizione della società contemporanea: adolescenti continuamente collegati attraverso gli smartphone, ma spesso privi di strumenti adeguati per gestire relazioni, emozioni e frustrazioni nella vita reale.

“La noia di una volta era creatività. Oggi, senza filtri e senza argini, è diventata rabbia cieca. Se a 16 anni pensano che picchiare qualcuno a caso non cambi la loro vita, è perché qualcuno non ha mai insegnato loro che le azioni hanno un peso. Per se stessi e per gli altri”.

La responsabilità degli adulti e il ruolo degli smartphone

Nella riflessione dell’europarlamentare c’è un passaggio particolarmente significativo. La necessità di non limitarsi a chiedere punizioni severe, ma di interrogarsi sulle responsabilità collettive.

“Non serve invocare pene esemplari per i due ragazzini. Serve avere il coraggio di dire che abbiamo fallito noi, prima di loro”.

Una posizione che non cancella la gravità dei comportamenti contestati ai due adolescenti, ma invita a ragionare anche su ciò che precede la violenza: l’assenza di punti di riferimento, la difficoltà di costruire relazioni autentiche e l’esposizione continua a contenuti digitali.

“Abbiamo dato in mano ai nostri figli smartphone, strumenti che gli mostrano il peggio del mondo 24 ore su 24, senza un adulto che traduce, che spiega, che dice: ‘Fermati, questo è reale, questo fa male’”.

Il tema, secondo Princi, non è soltanto quello dell’accesso alla tecnologia, ma soprattutto dell’accompagnamento educativo. Gli strumenti digitali possono amplificare determinati comportamenti, mentre resta fondamentale la presenza di adulti capaci di insegnare a distinguere ciò che appare su uno schermo dalle conseguenze concrete delle proprie azioni.

giusy princi

“La sicurezza non si fa solo con telecamere e pattuglie. Serve tornare a educare”

L’europarlamentare indica anche una possibile strada per affrontare il disagio giovanile: ricostruire un’alleanza educativa tra famiglie, scuola, istituzioni e terzo settore.

“La sicurezza non si fa solo con più telecamere e più pattuglie, o togliendo i cellulari dalle scuole. Si fa tornando a educare”.

Una riflessione che sposta l’attenzione dalla sola risposta all’emergenza alla prevenzione. Non soltanto controlli e interventi successivi agli episodi di violenza, ma presenza costante nei luoghi frequentati dai ragazzi, occasioni di ascolto e opportunità di crescita.

“Serve un patto: famiglie, scuola, istituzioni, terzo settore. Serve tornare a presidiare le strade non solo con la polizia, ma con presenza educativa. Serve lavoro, serve ascolto, serve dire a un ragazzo che vale qualcosa, prima che decida di valere qualcosa facendo del male”.

Il richiamo è alla responsabilità condivisa di una comunità che, secondo Princi, non può lasciare la scuola da sola ad affrontare problemi che nascono e si sviluppano anche al di fuori delle aule.

L’appello finale di Princi: “Dove eravamo noi mentre loro si annoiavano?”

E infine:

“Perché se la risposta alla domanda ‘cosa facciamo oggi?’ diventa ‘andiamo a picchiare qualcuno’, la domanda che dobbiamo farci noi adulti è un’altra: ‘dove eravamo noi mentre loro si annoiavano?’”.

Un interrogativo rivolto non soltanto ai genitori dei ragazzi coinvolti, ma all’intera società. Il rischio evidenziato da Princi è che il vuoto di relazioni, attenzione e valori venga progressivamente occupato da modelli negativi, amplificati anche dalle piattaforme digitali.

“I due ragazzi di Roma sono il sintomo di un vuoto: di senso, di presenza, di realtà. Se non lo riempiamo noi con educazione, lo riempirà l’algoritmo con violenza”.

Poi, il pensiero rivolto alla vittima più grave delle aggressioni e un ultimo appello alla responsabilità collettiva.

“Auguro all’attore aggredito di farcela. E auguro a noi di svegliarci!”.

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