Ale e Franz al Cilea omaggiano Alda Merini – FOTO
Applausi, risate e riflessioni al teatro Cilea per lo spettacolo Tanti Lati - Latitanti, tra ironia sull'Italia e il ricordo di Alda Merini
19 Febbraio 2017 - 18:01 | di Redazione

di Anna Biasi – Applausi, risate e riflessioni. È ciò che è accaduto con “Tanti Lati – Latitanti”, il titolo dello spettacolo di Alessandro Besentini e Francesco Villa, in arte Ale e Franz, andato in scena al teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria. A volere i due grandi artisti è stata l’Officina dell’arte con il suo leader Peppe Piromalli che ancora una volta dimostra di saper intraprendere sinergie artistiche di alto livello.
Dopo la presentazione di Benvenuto Marra ed il ringraziamento agli sponsor si spengono le luci del teatro e ci si immerge in un mondo pensoso, in cui Ale, posto sotto un albero, racconta emozioni.
L’ambiguità e le scene a due
Il gioco dell’ambiguità e gli scherzi della punteggiatura fanno sorridere gli spettatori, grazie anche ad una gestualità ed ad una mimica facciale straordinaria.
Ale e Franz nelle loro scene a due (tranne la prima che gode della presenza del bravissimo cameriere Giovanni Battista) raccontano l’uomo. Non più la semplice panchina ma un albero, un tavolo, due sedie, dei ceri accesi in Chiesa e delle proiezioni come opere d’arte in cui la coppia s’inserisce.
Quello che vogliono sottolineare è che nell’essere umano esistono tanti lati, alcuni molto folli e stravaganti, che ogni tanto ci vuole un po’ di confusione per trovare la strada giusta e che quello che conta è essere sempre nel qui e ora.
Non mancano le ironie sulla situazione italiana, sulle persone che guardano e non lavorano, su Equitalia, sulla guerra, la fame nel mondo, Salvini, l’avidità e l’ossessione per il denaro… perchè addirittura in Italia anche i santi sono precari.
La velocità e il ritmo a volte sono serrati, altre volte i comici lasciano spazio a pause esplicative.
Ironia su donne, matrimonio e vita quotidiana
Ale e Franz ironizzano anche sulle donne che a volte sono più cattive degli uomini e fanno le stesse cose dei maschietti, come russare, e la frase del matrimonio “fin che morte non vi separi” più che un atto d’amore, sembra una condanna a morte.
Siamo circondati da un universo strano, di persone che suonano alla porta alle 7.05 del mattino, come li chiamano loro “i testimoni di Geox”, e questo mondo a volte è proprio cattivo, perché possono piovere dal cielo escrementi di piccioni e allo stesso tempo può capitare di pestare la pupù di un cane “per cui abbiamo merda in aria e in terra”.
La svolta dello spettacolo avviene con la scenetta dei due amici che si incontrano prima di votare, che è un pezzo vecchissimo di Walter Chiari, che ha più di 60 anni. Gli artisti lo hanno leggermente trasformato, ma si rimane stupiti del fatto che sono passati tantissimi anni e non è ancora cambiato un bel niente.
Le ingiustizie sociali nel racconto
Le persone si riempiono la bocca di frasi già fatte, e a seconda delle situazioni cambiano faccia, possono dire ad esempio che il comunismo non esiste, che è un’utopia o che esiste, a distanza di pochi minuti.
Esiste un’ingiustizia sociale di fondo: bisogna usare la ricchezza a favore di tutta la collettività, perché tutti hanno il diritto di avere un’esistenza dignitosa, perché è inaccettabile perdere il lavoro all’improvviso, perché le fabbriche vengono chiuse senza chiedere il permesso a nessuno, e ci si sveglia la mattina disperati con la testa fra le mani pensando al futuro dei ragazzi che hanno un mutuo da pagare, perché la vita è fatica ed alcuni di loro rinunciano alla vita stessa, proprio perché non hanno nulla in cui sperare.
E all’improvviso mentre si parla di loro, degli uomini, il cui dolore è forte, si proietta un video di Alda Merini, poetessa che trascorre dieci lunghi anni in un deserto molto più arido di quello che Dio aveva affidato a Mosè a al popolo ebraico: è un manicomio, ospedale psichiatrico, in cui l’uomo è schiavo, in cui è visibile la catastrofe umana, il degrado dell’uomo e della sua dignità: “E dopo, quando amavamo, ci facevano gli elettrochoc, perchè, dicevano, un pazzo non può amare nessuno”.
La nascita dello spettacolo e il Paolo Pini
La storia di questo spettacolo nasce, come ammettono gli stessi comici, con la chiusura dell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, che era grande come una città. Nel corso degli anni erano stati ritrovati scritti su foglietti di carta contenuti nei cassetti, sotto il letto, nel parco, nei cestini, dei pensieri e sensazioni degli ospiti. Il materiale ritrovato doveva essere buttato via, ma una Dottoressa l’ha preso e l’ha raccolto e ha scritto un libro che non ha mai pubblicato per il rispetto della privacy. Ale e Franz hanno avuto la fortuna di leggerlo e rimasti molto toccati dalle emozioni che hanno trovato in quelle parole hanno realizzato questo meraviglioso e toccante spettacolo.
“Abbiamo scritto un racconto – dice Franz a fine spettacolo – tra due persone un po’ strane che parlano dei grandi temi, trattati da un’angolazione differente da come la gente comune è abituati a trattarli, e le persone che abbiamo visto nelle foto (dell’ospedale psichiatrico), che sono tutte originali, sono persone che sono state spesso tenute ai margini della società, ma come ha dimostrato Alda Merini in un minuto, sono di una umanità sconvolgente”.
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