‘7 mesi in carcere da innocente’: Gianluca Callipo racconta la sua storia a Dritto e rovescio – VIDEO
Arrestato nell'ambito dell'operazione "Rinascita Scott", l'ex sindaco di Pizzo racconta la sua ingiusta detenzione: "Il miglior risarcimento sarebbero le scuse di chi ha fatto queste accuse infondate"
21 Febbraio 2026 - 07:30 | di Eva Curatola

Una notte. Le 3:30 del mattino. I carabinieri alla porta. Per l’allora sindaco di Pizzo Calabro, Gianluca Callipo, la vita cambia il 19 dicembre 2019.
L’arresto arriva nell’ambito della maxi inchiesta “Rinascita-Scott”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, allora guidata da Nicola Gratteri. Le accuse sono pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio aggravato. La Procura chiede 18 anni di reclusione.
A raccontare quei momenti è lo stesso Callipo, ospite della trasmissione “Dritto e Rovescio” su Rete 4.
«Era piena notte e stavo dormendo con mia moglie e mia figlia quando i carabinieri hanno bussato alla porta. Si sono presentati dicendomi che dovevano arrestarmi e portarmi via per condurmi in carcere».
Sette mesi in carcere da innocente: la storia dell’ex sindaco di Pizzo
Callipo finisce in un istituto di massima sicurezza. Resterà in carcere per sette mesi.
«Ho preparato una borsa con poche cose essenziali, convinto che avrei chiarito tutto velocemente. Ero certo che si trattasse di un errore e che sarei tornato a casa dopo poche ore. Ho cercato di rassicurare mia moglie. Invece, per tornare a casa ho dovuto attendere sette mesi».
Un’attesa lunga. Una battaglia giudiziaria durata quasi sei anni. Alla fine arriva l’assoluzione definitiva: “per non aver commesso il fatto”. Il Tribunale parla di ingiusta detenzione.
La vita dietro le sbarre
Nel racconto televisivo ai microfoni di Paolo Del Debbio, l’ex sindaco descrive anche la quotidianità dietro le sbarre:
«In carcere ho trovato un senso di comunità da parte delle altre persone detenute. Quel poco che hanno, lo mettono a disposizione. Ricordo ancora la scena di quando sono arrivato in cella: avevo aspettato dalle otto di mattina fino alle otto di sera che mi assegnassero un posto. Appena entrato, la persona che condivideva la cella con me mi ha rifatto il letto. Si usa così lì dentro: ti accolgono».
Un gesto semplice, che lo ha colpito.
«Eppure io non appartenevo a certi ambienti, loro non sapevano chi fossi, ma ho ricevuto un rispetto che non mi sarei mai immaginato».
Callipo racconta di non aver mai pensato di arrendersi.
«Soprattutto dopo che si era espressa la Cassazione. I giudici della Suprema Corte erano stati chiarissimi nei loro documenti. Leggendo quella sentenza, ero quasi convinto che non avrei nemmeno dovuto affrontare il processo».
E infine, una riflessione che va oltre il piano giudiziario:
«Probabilmente il risarcimento maggiore sarebbe sentire chi ha fatto queste accuse infondate chiedere scusa. Sarei ben più felice di ricevere quello come risarcimento».
Una vicenda che riapre il tema dell’ingiusta detenzione e del peso mediatico delle grandi inchieste. Per Callipo, quella notte del 19 dicembre resta una ferita. Anche dopo l’assoluzione.
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