‘Ndrangheta a Reggio, racket e minacce sul Monastero di Ortì: ‘Parlate con chi di dovere’
Nel mirino dei D'Agostino la cooperativa incaricata dei lavori al Monastero della Visitazione. Dalle prime richieste di informazioni alla frase intimidatoria. Dopo l’episodio, i dipendenti avrebbero deciso di abbandonare il cantiere
17 Luglio 2026 - 09:58 | di Vincenzo Comi

Anche un luogo religioso sarebbe finito nel mirino del racket. Tra le vicende ricostruite nelle carte dell’inchiesta “Epicentro 2”, che ha portato all’arresto di 79 persone, c’è il presunto tentativo di estorsione ai danni di una cooperativa sociale, incaricata di alcuni lavori al Monastero della Visitazione di Santa Maria, nella zona di Ortì.
Secondo l’impostazione accusatoria, Demetrio e Giuseppe D’Agostino avrebbero avviato una serie di sopralluoghi e contatti per individuare la società impegnata nel cantiere ed imporre il pagamento del pizzo. Una pressione crescente culminata, il primo settembre del 2021, in un messaggio dal contenuto ritenuto chiaramente intimidatorio.
La cooperativa stava eseguendo i lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza della pavimentazione del sagrato. Un intervento dal valore complessivo di quasi 128 mila euro.
I primi sopralluoghi e le domande sulla ditta
Dalle dichiarazioni raccolte dagli investigatori emerge che un primo episodio si sarebbe verificato il 13 agosto 2021. Quel giorno Giuseppe D’Agostino, secondo la ricostruzione contenuta negli atti, avrebbe raggiunto il monastero a bordo di una vecchia Fiat Panda bianca.
Con il pretesto di cercare un’occupazione, avrebbe chiesto agli operai informazioni sulla società, sul titolare e sulla possibilità di essere assunto. Domande che avrebbero insospettito i lavoratori, tanto da spingere il personale del monastero a prestare maggiore attenzione agli accessi e a tenere chiuso il cancello esterno.
Poche settimane dopo si sarebbe verificato l’episodio più grave. La mattina del primo settembre Demetrio D’Agostino avrebbe raggiunto il monastero a bordo di un Range Rover, entrando nell’area dopo aver citofonato.
Secondo le testimonianze, l’uomo sarebbe arrivato a forte velocità e sarebbe apparso nervoso e agitato. Inizialmente avrebbe chiesto alla Madre Superiora il permesso di scattare alcune fotografie al panorama. L’obiettivo del telefono, però, sarebbe stato rivolto soprattutto verso il cantiere e gli operai impegnati nei lavori.
Alla richiesta della religiosa di fornire il proprio nome, l’uomo avrebbe risposto di chiamarsi “Bonfiglio”, utilizzando quindi, secondo gli inquirenti, delle false generalità per nascondere la propria identità e il reale interesse per il cantiere.
Avrebbe inoltre chiesto informazioni sugli orari delle celebrazioni e sui lavori in corso. Un comportamento che avrebbe fatto crescere i sospetti della Madre Superiora e dell’operaio del monastero.
L’operaio seguito e il messaggio alla cooperativa
Il passaggio centrale della contestazione riguarda l’avvicinamento ad un dipendente della cooperativa.
Mentre l’operaio si stava allontanando dal cantiere per raggiungere i locali interni del monastero, Demetrio D’Agostino lo avrebbe seguito, attendendo che si trovasse lontano dagli altri colleghi. A quel punto gli avrebbe chiesto: «Di chi è l’impresa?».
Dopo la risposta dell’operaio, che avrebbe riferito di non conoscere i dati della società, sarebbe arrivato il messaggio destinato ai titolari: «Digli alla ditta di parlare con chi di dovere».
Una frase che, secondo gli investigatori, non avrebbe lasciato dubbi sulla natura della richiesta. Impaurito, l’operaio avrebbe immediatamente raggiunto la Madre Superiora per raccontare quanto accaduto.
Nelle dichiarazioni rese agli inquirenti, l’operaio ha descritto l’uomo come molto nervoso e irrequieto. La paura sarebbe stata tale da impedirgli persino di alzare lo sguardo durante il confronto ravvicinato.
Anche gli altri testimoni presenti avrebbero confermato la dinamica mentre la Madre Superiora ha raccontato di aver compreso subito la portata intimidatoria della frase e di aver contattato un maresciallo dei carabinieri.
Gli operai lasciano il cantiere
La capacità intimidatoria della condotta emergerebbe anche da quanto accaduto nelle ore successive. Gli operai della cooperativa, profondamente impauriti, avrebbero deciso di non proseguire i lavori e sarebbero stati accompagnati alla stazione ferroviaria per lasciare la zona.
Durante il viaggio di ritorno dal cantiere, inoltre, l’automobile sulla quale viaggiavano la Madre Superiora e il titolare della Cooperativa sarebbe stata seguita per un tratto di strada, ad alta velocità, dallo stesso Range Rover indicato nelle testimonianze.
Le immagini del sistema di videosorveglianza del monastero avrebbero registrato l’arrivo e l’allontanamento dell’automobile. Ulteriori riscontri sarebbero arrivati dalle fotografie scattate dai presenti e dalle descrizioni fornite dai diversi testimoni.
Per gli inquirenti, i due sopralluoghi di agosto e settembre non sarebbero stati episodi isolati, ma parti di una strategia finalizzata a identificare l’impresa e costringerla a rivolgersi ai referenti criminali della zona per poter continuare a lavorare.
I precedenti denunciati dalla Madre Superiora
Nelle carte dell’inchiesta vengono riportati anche alcuni episodi precedenti raccontati dalla Madre Superiora. Vicende che, secondo l’accusa, dimostrerebbero la pressione esercitata nel tempo sui terreni e sulle attività del monastero tra raccolte abusive di olive, danneggiamenti, furti e lettere minatorie. Ha inoltre ricordato il danneggiamento di un trattore utilizzato durante alcuni sopralluoghi geologici e la frase secondo cui, prima di iniziare un lavoro, sarebbe stato necessario “chiedere il permesso agli amici”.
Un contesto nel quale si sarebbe inserito anche il tentativo di avvicinare la cooperativa. La società, secondo l’ipotesi della Procura, sarebbe stata bersaglio di una vera e propria escalation intimidatoria: prima le richieste apparentemente generiche, poi le fotografie al cantiere, le false generalità e infine il messaggio diretto agli imprenditori.
Si precisa che il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse contestate sono, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento. I destinatari delle misure cautelari sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.
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