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Reggio in Bici, le lezioni delle città europee e le ragioni di un’occasione mancata

L'analisi dell'ing. Quattrone, già assessore alla Mobilità e Smart City di Reggio Calabria sul fallimento del bike sharing in città. Perchè non ha funzionato e da dove ripartire

Bici In Citta

Il dibattito che si è riacceso attorno a “Reggio in Bici” offre l’opportunità di affrontare il tema con uno sguardo costruttivo e orientato al futuro. Il punto centrale, infatti, non è stabilire se il bike sharing sia uno strumento utile o meno, ma comprendere perché nelle città europee di medie dimensioni rappresenti oggi un servizio consolidato mentre a Reggio Calabria non è riuscito a raggiungere gli obiettivi immaginati al momento del finanziamento e dell’ideazione del progetto.

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L’esperienza europea insegna che il successo di un sistema di bike sharing non dipende soltanto dall’acquisto delle biciclette o dall’installazione delle stazioni di prelievo. Servono una visione integrata della mobilità, una gestione costante, tecnologie adeguate e un modello economico sostenibile nel tempo. Sono proprio questi gli elementi che, osservando le migliori pratiche internazionali, sembrano essere mancati o essere stati applicati solo parzialmente nel caso reggino.

quattrone

Best practice europee e criticità emerse nel caso Reggio in Bici

Il bike sharing non può funzionare da solo

Nelle città europee che hanno ottenuto i migliori risultati, il bike sharing non è mai un progetto isolato. È parte di un ecosistema più ampio che comprende trasporto pubblico efficiente, aree pedonali, parcheggi di interscambio e una rete ciclabile continua.

Il caso più emblematico è quello di Lubiana, città di circa 290 mila abitanti, spesso indicata come modello europeo per le realtà urbane di dimensioni simili a Reggio. Qui il bike sharing è cresciuto insieme alla pedonalizzazione del centro e all’integrazione con gli altri sistemi di mobilità cittadina. Le stazioni sono distribuite capillarmente e ogni cittadino può raggiungerne una in pochi minuti a piedi.

A Reggio, invece, il servizio si è sviluppato in un contesto in cui le infrastrutture ciclabili previste dai programmi di mobilità sostenibile (vedi PUMS e PON Metro) non sono state completate in maniera organica. Questo ha limitato la possibilità di trasformare il bike sharing in una reale alternativa agli spostamenti quotidiani in automobile.

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Il nodo dell’ultimo miglio e la mancata integrazione con la Metropolitana di Superficie MMS

Un elemento poco evidenziato nel dibattito pubblico riguarda il ruolo che il progetto avrebbe dovuto svolgere all’interno della strategia complessiva della mobilità urbana. “Reggio in Bici” era stato infatti concepito anche come uno strumento di collegamento per l’ultimo miglio tra i cittadini e i principali nodi del trasporto collettivo, in particolare la Metropolitana di Superficie (MMS), progetto portante del PUMS che è stato dopo varie vicissitudini definanziato.

In Europa il bike sharing viene utilizzato soprattutto come servizio complementare al trasporto pubblico: il cittadino compie il tragitto principale in treno, metro o autobus e utilizza la bicicletta condivisa per coprire l’ultimo tratto fino alla destinazione finale. Questo modello rappresenta oggi uno dei pilastri della mobilità sostenibile urbana.

La mancata piena realizzazione e valorizzazione della Metropolitana di Superficie ha inevitabilmente ridotto una parte importante della domanda potenziale del servizio. Senza una rete di trasporto collettivo forte e pienamente integrata, il bike sharing ha perso la possibilità di svolgere una delle sue funzioni più importanti: connettere in modo rapido ed ecologico i nodi strategici della città.

L’esperienza reggina dimostra quindi come la mobilità sostenibile non possa essere costruita attraverso singoli interventi scollegati tra loro. Piste ciclabili, trasporto pubblico, sistemi di sharing mobility e tecnologie digitali devono svilupparsi in modo coordinato per produrre risultati concreti e duraturi.

La manutenzione è il vero cuore del servizio

I sistemi di bike sharing di successo investono soprattutto nella gestione operativa. Le biciclette vengono monitorate costantemente, riparate rapidamente e ridistribuite sul territorio in funzione della domanda.

Le cronache degli ultimi anni raccontano invece di biciclette vandalizzate, stazioni inattive, mezzi scomparsi e colonnine progressivamente abbandonate. Quando gli utenti non hanno la certezza di trovare una bici funzionante o una postazione operativa, la fiducia nel servizio diminuisce rapidamente fino al suo progressivo inutilizzo.

In altre parole, non sembra essere stata l’idea del bike sharing a fallire, ma la difficoltà di garantirne continuità gestionale, manutenzione e affidabilità nel tempo.

Tecnologia e innovazione: un’evoluzione mancata

Le migliori esperienze europee utilizzano oggi sistemi avanzati di monitoraggio GPS, geolocalizzazione, controllo remoto dei mezzi, applicazioni digitali intuitive e integrazione con le piattaforme di mobilità urbana.

Sempre più città medie stanno adottando modelli ibridi, basati sia su stazioni fisiche sia su aree virtuali di parcheggio controllato tramite geofencing, che consentono maggiore flessibilità senza rinunciare al decoro urbano.

La progressiva obsolescenza delle tecnologie utilizzate e la mancanza di un’evoluzione del modello operativo hanno probabilmente reso il sistema reggino meno competitivo rispetto agli standard oggi adottati nelle città europee.

Il nodo decisivo: la sostenibilità economica

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il modello di business.

Le esperienze internazionali dimostrano che il bike sharing raramente riesce a sostenersi esclusivamente con le tariffe pagate dagli utenti. I sistemi più resilienti combinano invece diverse fonti di entrata: sponsorizzazioni, pubblicità urbana, contributi pubblici e partecipazione di operatori privati.

Particolarmente interessante è il modello adottato a Lubiana. Qui il servizio è gestito da un soggetto privato che, in cambio dell’investimento e della gestione della flotta, beneficia della valorizzazione degli spazi pubblicitari urbani. Questo consente di ridurre notevolmente l’impatto economico sul bilancio comunale garantendo allo stesso tempo elevati standard operativi.

È proprio sul terreno dei partenariati pubblico-privati che molte città europee hanno costruito il proprio successo.

Il ruolo dei partenariati pubblico-privati

Le migliori pratiche suggeriscono che il Comune dovrebbe concentrarsi sulla pianificazione e sulla regolazione del servizio, lasciando parte della gestione operativa a soggetti specializzati.

Tra i modelli più efficaci vi sono:

  • la concessione a operatori privati che finanziano il servizio attraverso la gestione della pubblicità urbana;
  • l’affidamento a società specializzate nella sharing mobility con obiettivi misurabili di utilizzo e qualità;
  • l’integrazione del bike sharing con il trasporto pubblico locale attraverso un’unica piattaforma digitale e tariffaria;
  • il coinvolgimento di università, ospedali, grandi aziende ed enti pubblici come utenti istituzionali attraverso formule di corporate bike sharing.

Per una città come Reggio Calabria, un modello integrato tra bike sharing, ATAM, stazione ferroviaria, porto, Aeroporto, Università Mediterranea e principali poli sanitari potrebbe creare quella massa critica di utenti quotidiani necessaria a garantire sostenibilità e continuità del servizio.

Una possibile strada per il futuro

L’esperienza di “Reggio in Bici” non dovrebbe essere letta come l’interruzione definitiva di un percoso della mobilità ciclabile condivisa. Al contrario, può rappresentare un’importante lezione per ripartire da basi più solide.

Le città europee mostrano che i sistemi più efficaci sono quelli fondati su alcuni principi semplici: rete ciclabile continua, integrazione con autobus e treni, tecnologie intelligenti, monitoraggio costante, partenariati pubblico-privati e una sostenibilità economica costruita su più fonti di finanziamento.

In prospettiva, un modello misto che affianchi biciclette tradizionali ed e-bike, integrato con il trasporto pubblico e supportato da operatori privati specializzati, potrebbe offrire a Reggio una nuova opportunità di rilancio.

La vicenda di “Reggio in Bici” dimostra che la mobilità sostenibile non si realizza semplicemente acquistando biciclette o installando colonnine. Occorrono programmazione, manutenzione, innovazione tecnologica e una governance stabile nel tempo.

Il vero insegnamento che arriva dalle migliori esperienze europee è che il bike sharing funziona quando viene considerato un servizio pubblico strategico e non un singolo progetto finanziato. Per questo motivo il bilancio dell’esperienza reggina dovrebbe essere interpretato non come il fallimento dell’idea, ma come la conferma della necessità di applicare integralmente quelle best practice che, nelle città europee di medie dimensioni, hanno trasformato la bicicletta condivisa in uno strumento quotidiano di mobilità, sostenibilità e qualità urbana.

In definitiva, la lezione che emerge dal confronto con le migliori esperienze europee è che il bike sharing non è una semplice infrastruttura, ma il tassello di un sistema integrato di mobilità. Quando uno dei componenti fondamentali – dalla rete ciclabile alla metropolitana di superficie, dalla manutenzione alla governance – viene meno, anche l’intero progetto perde efficacia.

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