Donne d’ingegno, dalle comete alle stazioni spaziali: le storie di Amalia Ercoli Finzi e Galina Balashova
La storia di due pioniere dell’ingegneria e dell’architettura raccontate dalla sezione AIDIA di Reggio Calabria: due percorsi diversi con lo sguardo rivolto alle stelle
07 Settembre 2026 - 11:32 | di Redazione

Dalla missione Rosetta agli interni delle Soyuz, due storie di talento, ricerca e progettazione raccontate da AIDIA Reggio Calabria. L’associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti Sez. Reggio Calabria – Commissione Cultura, le presenta ai nostri lettori attraverso la consueta rubrica ‘Donne d’ingegno. Ritratti dal mondo dell’ingegneria e dell’architettura’.
Amalia Ercoli Finzi e Galina Andreevna Balashova, due donne che hanno tracciato una strada fino alle stelle, fino a farne missione, fino a farne “casa”, fino a farne luce di ispirazione per le generazioni successive.
Amalia Ercoli Finzi, la donna che ha portato l’ingegneria italiana tra le stelle
Ing. Margherita Tripodi, Presidente AIDIA RC
C’è un prima e un dopo Amalia Ercoli Finzi nella storia dell’ingegneria italiana. Nel 1962, in un’Italia nella quale la presenza femminile nelle discipline tecniche era ancora un’eccezione, fu la prima donna a laurearsi in Ingegneria Aeronautica al Politecnico di Milano, con 100/100 e lode. Da allora, la sua storia professionale è diventata una delle più significative dell’ingegneria e della ricerca aerospaziale italiana.
Scienziata, docente e ricercatrice, Ercoli Finzi ha dedicato la sua carriera allo studio della meccanica aerospaziale e alla progettazione di missioni spaziali. Dal Politecnico di Milano, dove è stata Professore Ordinario e oggi è Professore Onorario, ha contribuito a formare generazioni di ingegneri e a portare la ricerca italiana nei grandi programmi internazionali.
Il suo nome è indissolubilmente legato alla missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea. È stata Principal Investigator dell’esperimento SD2, lo strumento installato sul lander Philae progettato per perforare il nucleo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko e raccogliere campioni. Un’impresa scientifica e ingegneristica di straordinaria complessità, che ha reso ancora più celebre quella che è stata ribattezzata la “signora delle comete”.
Ma la sua eredità non si misura soltanto nelle missioni spaziali. Da sempre Ercoli Finzi sostiene la presenza delle donne nelle discipline STEM e rappresenta un modello di competenza, determinazione e libertà di scelta. Il suo impegno è profondamente legato anche all’AIDIA, l’Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti: socia sin dagli anni successivi alla laurea, ne è stata più volte presidente nazionale, Ambasciatrice nel mondo e, dal 2024, Presidente Onoraria.
Il riconoscimento del suo valore è arrivato anche dalle istituzioni: tra le numerose onorificenze ricevute figurano la nomina a Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la Medaglia d’Oro come benemerita della scienza e della cultura e, nel 2023, l’Ambrogino d’Oro del Comune di Milano. Nel 2018 un asteroide è stato persino intitolato a lei: 24890 Amaliafinzi.
Amalia Ercoli Finzi ha dimostrato che essere pioniera non significa semplicemente arrivare per prime. Significa aprire una strada perché, dopo di noi, altre possano percorrerla. E la sua strada, iniziata sessant’anni fa guardando al cielo, continua ancora oggi a indicare alle nuove generazioni quanto lontano possano spingersi il talento, lo studio e il coraggio.

Credito fotografico: Alfredo Muscatello
Galina Andreevna Balashova, sentirsi a casa anche tra le stelle
Arch. Paola Redi, Tesoriera AIDIA RC
Nell’epoca in cui lo spazio era sinonimo di tecnologia estrema, Galina Balashova introdusse un’idea inattesa: anche in orbita serviva una “casa”.
Architetto in un mondo dominato dagli ingegneri, diede forma agli interni delle principali missioni sovietiche, trasformando ambienti ostili e angusti in spazi a misura d’uomo.
Nata nel 1931 a Kolomna e formata al Moscow Architectural Institute, Balashova entrò nel cuore del programma spaziale sovietico negli anni Sessanta. All’OKB-1, centro dell’ingegneria spaziale dell’epoca, fu incaricata di progettare gli interni delle navicelle Soyuz, delle stazioni Salyut e Mir e, più tardi, della navetta Buran.
Il suo lavoro andava ben oltre l’estetica. In assenza di gravità, infatti, i concetti tradizionali di alto e basso perdono significato. Balashova utilizzò così il colore per restituire ai cosmonauti un senso di orientamento: tonalità chiare per il “soffitto”, più scure per il “pavimento”.
Disegnò arredi leggeri, sistemi di fissaggio per oggetti e persone e soluzioni capaci di rendere funzionali spazi estremamente ridotti.
Ma Balashova sapeva che l’efficienza non era sufficiente. Per questo introdusse negli abitacoli anche elementi decorativi, realizzando piccoli pannelli e acquerelli destinati alle pareti. Era convinta che forme, colori e bellezza potessero contribuire al benessere psicologico degli equipaggi, anche a centinaia di chilometri dalla Terra.
Si occupò inoltre di emblemi e simboli delle missioni.
A lungo rimasta nell’ombra a causa della segretezza che circondava il programma spaziale sovietico, Balashova è oggi riconosciuta come una pioniera dell’architettura spaziale.
Il suo lavoro dimostra che la conquista dello spazio non è soltanto una sfida tecnica: è anche un progetto umano, nel quale ergonomia, percezione e bellezza diventano strumenti essenziali.
La sua eredità continua a influenzare designer e ingegneri che immaginano gli habitat del futuro.
Perché, come aveva intuito Balashova, progettare per lo spazio significa anche progettare un luogo in cui l’essere umano possa sentirsi, almeno per un momento, a casa.
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