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‘Ndrangheta, gli articoli di Klaus Davi temuti dai clan: ‘Come un avviso di garanzia’

L’ordinanza del gip Abagnale ricostruisce il timore dei clan per le inchieste del giornalista sugli appalti ferroviari e sulle infiltrazioni della ’ndrangheta

klaus davi

Le inchieste del giornalista sugli appalti ferroviari compaiono più volte nell’ordinanza del gip Sabato Abagnale. Intercettazioni, denunce e conversazioni documentano l’attenzione degli ambienti criminali reggini verso il lavoro del noto massmediologo.

«Non mi chiamare, non ci vediamo, e scompare questo, ti taglia! Hai capito? […] Appena c’è un’indagine, indagato, oppure che so, esce un articolo, tipo cose di Klaus Davi».

Negli ambienti della ’ndrangheta di Reggio Calabria, la pubblicazione di un articolo firmato da Klaus Davi sarebbe stata percepita quasi come un avviso di garanzia. È quanto emerge dall’ordinanza di applicazione delle misure cautelari firmata il 13 marzo 2026 dal gip Sabato Abagnale.

Il passaggio è riportato a pagina 724 del provvedimento e riguarda una conversazione tra Francesco Borruto e Rosario Avventuroso. Borruto invitava l’interlocutore a non affrontare determinati argomenti con troppe persone, temendo che alcune dichiarazioni potessero essere utilizzate per costruire “tragedie”.

L’inchiesta sugli appalti ferroviari

Il lavoro giornalistico di Klaus Davi sul settore ferroviario era iniziato nel luglio del 2017 con un articolo dal titolo: «’Ndrangheta: parla un uomo vicino al clan Labate, “sono miliardari ma nessuno li tocca”».

L’inchiesta è proseguita negli anni, concentrandosi sugli appalti ferroviari, sulle assunzioni nelle società interessate e sulle presunte infiltrazioni della criminalità organizzata. Alcuni dei nomi citati negli articoli sarebbero poi finiti nell’indagine della Procura di Reggio Calabria.

L’attività investigativa ha portato all’operazione eseguita il 14 luglio dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, con oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dei Carabinieri impegnati nell’esecuzione delle misure cautelari. Gli indagati sono complessivamente 79.

A pagina 745 dell’ordinanza, il gip chiarisce l’identità del giornalista citato nelle conversazioni intercettate.

«Il Klaus menzionato è certamente da identificarsi Klaus Davi, noto giornalista che reiteratamente si era occupato, sul piano giornalistico, dell’inchiesta nel settore ferroviario», scrive Abagnale.

Nello stesso provvedimento viene riportata anche un’altra conversazione attribuita a Francesco Borruto, indicato nell’ordinanza come appartenente alla cosca Tegano.

«Barillà è un cornuto! Ma Barillà sai che è? Un debole! Perché a Barillà lo ha messo sotto Bruno Nicolazzo […] nei sindacati, poi come ha scritto Klaus si è cancellato».

Le querele contro il giornalista

Le citazioni di Klaus Davi all’interno dell’ordinanza sono numerose. Secondo quanto ricostruito nel provvedimento, le sue inchieste avrebbero provocato preoccupazione negli ambienti riconducibili ai clan Tegano e De Stefano.

Alcuni dei soggetti coinvolti avrebbero scelto di rispondere attraverso denunce e querele. Tra i nomi indicati figurano Demetrio Lo Giudice, Gioacchino Riedo e Diego Postorino.

«Agli atti del presente procedimento confluivano le denunce e querele presentate nell’aprile 2019 da Gioacchino Riedo e Diego Postorino nei confronti del giornalista Klaus Davi, in relazione alla pubblicazione dei video sopra richiamati», si legge a pagina 466.

Per gli investigatori, il ricorso agli strumenti giudiziari rappresenterebbe un elemento utile a comprendere il modo in cui alcuni ambienti criminali tentavano di contrastare o frenare l’attività giornalistica.

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L’intervista nella casa di “Mimmu u Boi”

Tra gli episodi riportati nell’ordinanza c’è anche l’intervista realizzata nell’agosto del 2018 nella casa di Demetrio Lo Giudice, conosciuto con il soprannome di “Mimmu u Boi”.

Il giornalista parlò con la madre di Lo Giudice. La conversazione venne registrata attraverso un’intercettazione ambientale effettuata nell’abitazione di Carmelo Massimo Lo Giudice.

La donna spiegò che il soprannome del figlio derivava dalla sua corporatura, prendendo le distanze da interpretazioni collegate ad ambienti criminali. Durante l’incontro arrivò anche una telefonata di Demetrio Lo Giudice, che però rifiutò di parlare con il giornalista.

L’episodio è descritto a pagina 44 del provvedimento cautelare.

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La telefonata con Gioacchino Riedo

Agli atti dell’indagine compare anche una telefonata tra Klaus Davi e Gioacchino Riedo.

L’8 febbraio 2019 venne pubblicato online un servizio dal titolo: «Esclusivo, il boss delle ferrovie Gioacchino Riedo: “Io capoclan? Sono solo un impiegato”».

Durante la conversazione, il giornalista formulava domande sulle procedure di assunzione del personale nelle società appaltatrici del settore ferroviario. Le domande lasciavano emergere il sospetto di un possibile sistema di condizionamento criminale nelle procedure di reclutamento.

Anche questo contenuto, come le altre pubblicazioni sul tema, sarebbe stato seguito con particolare attenzione dagli ambienti interessati dall’indagine.

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Il collaboratore Bilardi: «Leggevo sempre i suoi articoli»

A parlare delle inchieste di Davi è anche il collaboratore di giustizia Davide Bilardi, sentito dal pubblico ministero De Caria.

A pagina 695 dell’ordinanza, Bilardi racconta di avere letto un articolo riguardante una presunta lite tra Franco Benestare e Antonio Polimeni, conosciuto come “U Troiu”.

«Leggevo sempre gli articoli di Klaus Davi e si parlava praticamente di un litigio […] tra Franco Benestare e Totò», afferma Bilardi.

Il collaboratore racconta inoltre di avere chiesto direttamente spiegazioni a Polimeni durante un incontro avvenuto nel 2022. La curiosità sarebbe nata proprio dal contenuto dell’articolo firmato dal giornalista.

Secondo Klaus Davi, però, sarebbe stato lo stesso Antonio Polimeni a raccontargli della lite durante un incontro in un bar di Archi, quartiere nel quale il cronista ha vissuto per alcuni anni.

«Ho vissuto ad Archi per conoscere dall’interno i meccanismi della potente ’ndrangheta reggina», ha spiegato Davi, ribadendo la necessità di svolgere le inchieste direttamente sul territorio.

«Non si possono fare inchieste sulla mafia calabrese stando solo a Milano. Bisogna studiare il dialetto e capire il loro ambiente».

Si precisa che il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse contestate sono, allo stato, ipotesi investigative che dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento. I destinatari delle misure cautelari sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.

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