Verde a Reggio e la regola del ‘3-30-300’. Il prof. Proto a CityNow: ‘Non basta piantare alberi. Serve visione’
Via Marina, errori del passato, difficoltà del viale Calabria e boschi urbani. Il docente di Agraria analizza criticità, manutenzione e futuro del patrimonio arboreo cittadino
13 Agosto 2026 - 12:35 | di Vincenzo Comi

Il verde pubblico non può essere considerato soltanto un elemento di arredo o una somma di aiuole e alberi distribuiti per la città. Deve diventare una vera infrastruttura urbana, progettata e soprattutto gestita nel tempo. È questa la visione del prof. Angelo Rosario Proto, docente di Diagnostica e valutazione della stabilità degli alberi del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Una riflessione che parte dallo stato attuale del patrimonio verde reggino e arriva alla Via Marina, al viale Calabria, alle nuove piantumazioni e alla possibilità di creare veri parchi urbani. Con un solo principio. Piantare più alberi non significa automaticamente avere una città più verde.
Dal verde come arredo a una vera infrastruttura urbana
Secondo il prof. Proto, negli ultimi anni a Reggio Calabria l’attenzione verso il verde non è mancata. Diversi interventi hanno riguardato la Via Marina, la Villa comunale e altre aree della zona nord e sud della città. Il salto di qualità, però, deve essere culturale prima ancora che quantitativo.
«Un conto è parlare di verde urbano come singola area verde, quindi zona d’ombra per un passeggio, un conto è considerare nel suo potenziale massimo i parchi urbani», spiega il prof. Proto.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di passare dall’aiuola o dal semplice elemento di arredo a spazi verdi nei quali trascorrere realmente il tempo, con condizioni adeguate di sicurezza, pulizia e fruibilità. Ma una vera infrastruttura verde richiede manutenzione, gestione e pianificazione nel medio e lungo periodo.
Ed è qui che arriva uno dei passaggi centrali dell’analisi del docente della Mediterranea.
«Uno pensa: metto più piante, metto più alberi e sto risolvendo un problema. Invece non è quante piante metti ma se le piante sono idonee. Talvolta poche piante, ma messe bene e curate bene, rendono di più di tante piante che poi sono in difficoltà nella gestione».
La quantità, dunque, da sola non basta. Servono specie adatte, spazi adeguati alla crescita, manutenzione e una progettazione capace di immaginare cosa accadrà a quegli alberi tra venti o trent’anni.
Via Marina, i ficus e gli errori che arrivano dal passato
Uno dei casi più delicati riguarda la Via Marina, patrimonio identitario di Reggio Calabria e luogo nel quale sono presenti alberature di grandi dimensioni.
Proto richiama in particolare la situazione dei ficus. Durante alcuni lavori aveva già segnalato la necessità di prestare particolare attenzione agli apparati radicali e alla possibilità di lasciare maggiore spazio alla loro crescita.
Ma parte delle difficoltà attuali, chiarisce il docente, arriva da molto lontano.
«La Via Marina soffre la mancata progettazione di venti, trenta, quarant’anni fa. Non è colpa di un’amministrazione di oggi».
Il problema è legato soprattutto agli spazi disponibili. Un elevato numero di ficus piantati troppo vicini tra loro ha generato nel tempo una forte competizione. Alcuni esemplari mostrano già segnali di sofferenza e, secondo il prof. Proto, sul medio-lungo periodo potrebbero andare incontro a un ulteriore stress, con conseguenze anche sul loro stato fitosanitario.
Viale Calabria, il prof. Proto: «Ci sono criticità sulle quali bisogna intervenire»
Se sulla Via Marina il problema principale riguarda soprattutto la programmazione del passato, una delle aree da attenzionare oggi è invece il viale Calabria.
Il prof. Proto indica le file di conifere presenti lungo l’arteria e gli effetti ormai evidenti degli apparati radicali sui marciapiedi e sulla sede stradale.
«Ci sono criticità che secondo me bisogna affrontare perché iniziano ad essere pericolose per la viabilità e quindi per le persone».
La valutazione della stabilità degli alberi, però, non può essere ridotta alla contrapposizione tra chi vuole abbatterli e chi vuole conservarli a ogni costo. Bisogna analizzare il singolo esemplare, il suo stato e soprattutto il contesto nel quale si trova.
Un albero in una villa, vicino a una scuola, lungo una strada molto trafficata o accanto a un’abitazione comporta un livello di rischio diverso rispetto a una pianta collocata in una zona isolata. L’obiettivo, sottolinea Proto, è ridurre il pericolo attraverso monitoraggio, controllo e interventi sulla chioma quando possibili.
C’è poi un altro elemento da accettare. Gli alberi sono organismi viventi e invecchiano.
«Piante che hanno raggiunto 30, 40, 50 anni di età incominciano a manifestare segni di decadimento naturale. È chiaro che devi programmare una sostituzione periodica. Non si può dire: aspettiamo che crolli per sostituirlo».
Quali alberi piantare a Reggio Calabria?
Temperature elevate, lunghi periodi senza pioggia, vento e vicinanza al mare impongono scelte precise. Per il prof. Proto occorre puntare maggiormente su specie tipiche dell’area mediterranea, capaci di adattarsi meglio alle condizioni climatiche locali e di richiedere minori quantità d’acqua.
Il docente cita il caso di Piazza De Nava, dove, chiamato dalla Soprintendenza a esprimere un parere, suggerì la sostituzione di alcune specie inizialmente previste con alberi mediterranei. Querce, sempreverdi e specie con crescita magari meno rapida e appariscente, ma con un apparato radicale importante e una maggiore capacità di resistere nel tempo.
Anche la scelta migliore, però, rischia di essere inutile senza manutenzione.
«Se non c’è la giusta manutenzione nessuna pianta va avanti».
La sfida dei parchi e dei boschi urbani
Il vero salto di qualità per Reggio potrebbe arrivare dalla realizzazione e valorizzazione di parchi e boschi urbani. Gli spazi disponibili non sono infiniti, osserva Proto, ma esistono aree che potrebbero essere recuperate e valorizzate, a partire dalla zona di Pentimele.
Un’esperienza è già stata avviata anche nell’area del Dipartimento di Agraria, dove attraverso un investimento realizzato con la Città Metropolitana sono state messe a dimora oltre 4 mila piante.
Un progetto che insegna anche un altro aspetto spesso sottovalutato ovvero che per costruire un bosco serve tempo.
«Le piante hanno la loro storia, la loro vita. Ci vogliono decenni prima che una pianta diventi realmente adulta».
E durante questo lungo periodo è necessario sostituire gli esemplari che non attecchiscono e continuare a curare quelli che crescono.
La regola del 3-30-300: cosa significa e perché non va trasformata in un dogma
Nel dibattito internazionale sul verde urbano si è diffusa negli ultimi anni la cosiddetta regola del 3-30-300. Il modello indica tre obiettivi, vedere almeno 3 alberi ben sviluppati dalla propria abitazione, scuola o luogo di lavoro; avere almeno il 30% di copertura arborea nel quartiere; trovarsi a non più di 300 metri da uno spazio verde pubblico. Si tratta di una linea guida per favorire un accesso più equo al verde urbano, non di una norma obbligatoria.
Il prof. Proto invita però a non applicare automaticamente il modello a qualsiasi realtà.
«Sono modelli nati per ambienti diversi e nel concetto di globalizzazione uno vuole estenderli ovunque. Anziché prendere questi concetti come se fossero una sacra legge dello Stato, iniziamo a migliorare quello che abbiamo e a valorizzarlo».
Per Reggio, secondo il docente, la priorità potrebbe essere quindi ancora più concreta. Riportare alla massima funzionalità le aree verdi già esistenti, assicurando manutenzione e gestione, e parallelamente investire su nuovi nuclei di parco urbano.
La regola 3-30-300 può essere un riferimento nella pianificazione urbanistica e soprattutto nei nuovi insediamenti, ma non rappresenta l’unica strada possibile.
«Reggio deve semplicemente riportare al regime della massima funzionalità le proprie aree verdi. Ogni quartiere ha la sua area verde: come un’automobile, deve essere fatto un buon tagliando, una buona manutenzione per poter esprimere al massimo il rendimento del motore».
«Sul verde urbano serve una base scientifica»
La conclusione del prof. Proto è anche un invito a superare le contrapposizioni ideologiche. Il Dipartimento di Agraria della Mediterranea, ricorda il docente, forma professionisti del settore da circa quarant’anni e organizza periodicamente seminari e incontri dedicati proprio al verde urbano. Una competenza presente sul territorio che potrebbe essere utilizzata maggiormente anche attraverso una più stretta collaborazione con il Comune.
Il docente di Agraria sottolinea inoltre la presenza all’interno dell’amministrazione comunale di agronomi e forestali competenti e auspica una nuova sinergia tra gli enti.
Perché piantare, potare o abbattere un albero non dovrebbe mai essere una decisione dettata dal momento o dalla polemica.
«Bisogna sapere bene e avere una base scientifica, perché qualunque cosa deve avere una base scientifica. Non è solo un sentimento».
Ed è forse proprio questo il punto dal quale ripartire. Meno interventi episodici, più progettazione; meno verde considerato come semplice decoro, più infrastrutture verdi pensate per durare decenni.
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